11 ottobre 2017

L'Africa nel 1911

Mappa francese del 1911 che ricostruisce la situazione politica del continente africano nei primi anni del '900.


Sullo stesso argomento: Breve introduzione all'imperialismo

5 ottobre 2017

Orario definitivo (?) a.s. 2017-2018

Per gli alunni della II B e per quelli della III D


3D=III D
2B=II B
LETT=Italiano, portare il manuale di letteratura
GRAM=Italiano, portare il manuale di grammatica
ANT=Italiano, portare il testo di antologia
STO= storia
GEO=geografia

28 settembre 2017

Società di massa e Belle époque - due filmati

Il progresso tecnologico del XIX secolo ci offre anche nuove fonti storiografiche.

Napoli 1898



Paris 1900
Uno slideshow di foto d'epoca in cui si possono notare, fra le altre cose, la contemporaneità di automobili e carrozze, gli spettacoli di strada, i venditori ambulanti, i lavoratori alle prese con mestieri più o meno scomparsi, le rivendicazioni di chi vorrebbe veder ridotto il proprio orario di lavoro, il cinema (la prima proiezione ufficiale risale al 1895), i cafè, gli svaghi, i bambini a piedi nudi nella Senna, un padre di famiglia che legge Le Quotidien, un pastore, le sue capre.

27 settembre 2017

Questione sociale - esercizi

Due esercizi realizzati con Hot Potatoes dedicati alla Questione sociale.


Nazismo - un Prezi di Ilaria Esposito

Un Prezi realizzato da una mia alunna e dedicato all'ascesa del Nazismo. Lo pubblico col fine di fornire un esempio utile ai giovani dell'attuale III D.
Considerata che Ilaria, l'autrice del lavoro, realizzò il Prezi, da sola, per poterlo utilizzare durante una interrogazione concordata: noterete che si tratta di una presentazione snella ed essenziale destinata a rappresentare lo sfondo delle considerazioni e delle riflessioni svolte durante l'interrogazione.


20 settembre 2017

Schede sul basso medioevo

Alla fine dell'a.s. 2016/2017 avevo dato alcune indicazioni per il ripasso estivo (faccio parte di coloro che credono che un po' di ripasso, tra un tuffo in piscina ed una partita a beach volley, non significhi rinunciare alle vacanze). Per il ripasso di Storia era stato indicato di preparare una scheda riassuntiva (20 righe circa e qualche immagine) su alcuni argomenti (i tre argomenti elencati di seguito).

Siccome ritengo siano un ottimo esempio (ottimo e utile esempio) pubblico le schede realizzate da Luca Garuti della II B a.s. 2017/2018.
  1. La “rinascita” del Mille
  2. Il Comune medievale e la sua evoluzione
  3. La formazione delle monarchie nazionali

15 settembre 2017

Cronisti allo sbaraglio 2 - La vendetta dell'onda ribelle

Se siete stati nella mia classe in prima media avete probabilmente già svolto un'attività intitolata Cronisti allo sbaraglio.
Se siete stati nella mia classe in prima media e avete svolto la suddetta attività, forse ricorderete che si è trattato di un'attività che, scimmiottando il lavoro del giornalista vi invitava a intervistare un compagno per effettuarne una descrizione e per presentarlo alla classe.
L'attività Cronisti allo sbaraglio 2 - La vendetta dell'onda ribelle, come avranno intuito i più scaltri, riguarda le vostre avventure balneari e le vostre, ahinoi appena concluse, vacanze estive.
In pratica cosa faremo?
Cercando di tenere a mente quanto già osservato in merito al testo giornalistico, cercando di ricordare la regola delle 5 W (Who? What? When? Where? Why?), intervisteremo il nostro famoso compagno di banco, ci faremo raccontare un particolare episodio delle sue vacanze (la gente adora i pettegolezzi sulle vacanze dei personaggi famosi) e scriveremo un breve articoletto che leggeremo alla classe.

Due esempi per evitarvi una fatica eccessiva. Si tratta di due articoli di cronaca davvero semplici (riguardano, pensate un po', il trapianto di rene di Selena Gomez): esempio 1 ed esempio 2


13 settembre 2017

Orario scolastico del giorno 15 settembre 2017

Sul sito dell'I.C. di Argelato è stato pubblicato l'orario del giorno 15 settembre 2017


Sineddoche - retorica

La sinèddoche è una figura semantica (cioè una figura di significato) che si basa sul trasferimento di significato da una parola all'altra, in maniera analoga a quanto avviene per la metafora. Si basa però su una relazione di contiguità e, in particolare, su un rapporto di tipo quantitativo (si differenzia dalla metonimia che si basa su una relazione di carattere qualitativo).
La sineddoche si utilizza per indicare la parte per il tutto e viceversa, il genere per la specie e viceversa, il singolare per il plurale e viceversa. Più in generale possiamo dire (lo dice Heinrich Lausberg nel suo Elementi di retorica) che possiamo avere un passaggio da parola di significato più ampio ad una di significato più ristretto o, viceversa, un passaggio da parola di significato più ristretto e particolare ad una di significato più ampio e generico.

Alcuni esempi da brani che abbiamo letto:
  • se da lunge i miei tetti saluto (In morte del fratello Giovanni, Ugo Foscolo)
  • le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue (Ho sceso dandoti il braccio, Eugenio Montale)
  • gentil ramo ove piacque [...] a lei di fare al bel fianco colonna (Chiare, fresche e dolci acque, Francesco Petrarca)
  • Invano cerchi tra la polvere (Milano, agosto 1943, Salvatore Quasimodo)
  • le nubi estive e i zeffiri sereni (Alla Sera, Ugo Foscolo)
  • O animal grazioso e benigno (Inferno, V, Dante Alighieri)

12 settembre 2017

Cyberbullismo - Intervista a Luciano Garofano

E20


E20

Segnalo l'iniziativa di Garzanti Scuola e DeA Scuola in collaborazione con La Stampa intitolata "E20 - Eventi".
Si tratta di un sito web che seleziona e raccoglie articoli e contenuti multimediali per raccontare gli avvenimenti più significativi e dibattuti in merito a tematiche di grande rilevanza come bullismo, social network, immigrazione, violenza, geopolitica e sport.

16 agosto 2017

Didattica & ICT - la mia lista su list.ly


Complementi - tabella di sintesi

I complementi sono parole o gruppi di parole che arricchiscono il significato dell'elemento da cui dipendono o definiscono il significato dell'elemento da cui dipendono.
I complementi si dividono in complementi diretti e complementi indiretti e avverbiali.

  • I complementi diretti sono quelli che si uniscono direttamente all'elemento da cui dipendono senza che sia necessaria una preposizione. 
  • I complementi indiretti si uniscono all'elemento da cui dipendono indirettamente ossia attraverso una preposizione semplice o articolata. 
  • I complementi avverbiali sono costituiti da avverbi o locuzioni avverbiali che forniscono informazioni sul quando, il dove e il come avviene ciò che viene detto.


I complementi diretti

COMPLEMENTO
DESCRIZIONE
ESEMPIO
Oggetto
indica l'oggetto dell'azione, cioè la persona l'animale o la cosa su cui ricade l'azione compiuta dal soggetto
Luigi mangia una mela, Maria legge un libro
Predicativo Del Soggetto
è un nome o un aggettivo che si riferisce al soggetto andando a completare il significato del predicato, è retto da verbi copulativi come sembrare di venire parere oppure verbi appellativi elettivi estimativi
Luigi sembra tristissimo, Maria è ritenuta una ragazza simpatica
Predicativo Dell'oggetto
è un nome o un aggettivo che si riferisce al complemento oggetto e completa il significato del predicato, è analogo al predicativo del soggetto ed è retto da verbi copulativi appellativi elettivi estimativi
Gli amici ritengono Maria simpatica, i nemici definirono la loro vittoria un vero trionfo

Complementi indiretti e avverbiali

COMPLEMENTO
DESCRIZIONE
ESEMPIO
Termine
indica l'elemento cui è rivolta l'azione. A chi? A che cosa?
Luigi ha regalato un libro a Maria, Luigi ha dato un calcio al pallone
Specificazione
aggiunge una precisazione relativa all'elemento cui si riferisce. Di chi? Di che cosa?
Luigi è un amico di Maria, quello è il libro di Luigi, mi piacciono le poesie di Montale
Causa
indica il motivo per cui si verifica una determinata circostanza o avviene una determinata azione. Per quale causa?
la strada è chiusa per una frana, Luigi trema per la paura, Maria non esce per il freddo
Fine
indica lo scopo per cui si verifica un'azione. Per quale fine?
Luigi studia per l'esame, Maria si è vestita per la festa
Mezzo
indica il mezzo per cui si compie l'azione indicata dal predicato. Con quale mezzo?
Luigi è andato a Milano in treno, Maria scrive con la penna, vado a scuola in bicicletta
Modo
indica il modo in cui si realizza l'azione. In che modo?
Luigi mangia con gusto, Maria attende il concerto con ansia, sono seduto comodamente
Agente (causa Efficiente)
indica la persona o la cosa da cui è compiuta l'azione espressa da un verbo passivo. Da chi? Da che cosa?
Luigi è stato fermato da un poliziotto, l'auto di Maria è stata danneggiata dalla grandine, il topo è inseguito dal gatto
Stato In Luogo
indica il luogo in cui si trova qualcuno o qualcosa. Dove?
le auto sono ferme nel parcheggio, Luigi ha dormito in salotto, Maria si trova a Milano
Moto A Luogo
indica il luogo verso cui qualcuno o qualcosa si sta muovendo. Verso quale luogo?
Giovanni va a Milano, Luigi corre verso il traguardo
Moto Per Luogo
indica il luogo attraverso il quale qualcuno o qualcosa si sta muovendo. Attraverso quale luogo?
Luigi passa per il cortile, raggiungeremo l'accampamento camminando attraverso il bosco
Moto Da Luogo
indica e luogo dal quale qualcuno qualcosa si sta muovendo. Da quale luogo?
Luigi è tornato da Roma, sono uscito da scuola
Tempo Determinato
indica il momento in cui si verifica un azione. Quando?
Luigi nel pomeriggio andrà dal medico, ieri Maria è andata al cinema, sabato vado a pescare
Tempo Continuato
indica la durata nel tempo di una azione. Per quanto tempo?
Luigi è stato a Parigi per un mese, Maria ha dormito per due ore
Compagnia e Unione
Indica la persona (compagnia) o la cosa (unione) con cui si compie l'azione. Con chi? Con che cosa?
Luigi è andato al mare con Luca, Maria è andata al cinema con gli amici, sono tornato con una busta di libri
Qualità
Indica una qualità o una caratteristica di qualcuno o qualcosa (dipende perlopiù da un nome). Con quale qualità?
Luigi è un ragazzo dal carattere impossibile, Maria è la ragazza con i capelli neri
Concessivo
indica una persona, un oggetto o un fatto nonostante i quali accade qualcosa.
Di solito è introdotto dalle preposizioni malgrado, nonostante. Malgrado chi?
La manifestazione avrà luogo nonostante la pioggia, Malgrado la stanchezza continuai a studiare
Abbondanza e Privazione
indica un elemento di cui si dispone in abbondanza o di cui si è privi. È retto da verbi, aggettivi o nomi che indicano abbondanzao privazione. Pieno di che cosa?
È un ragazzo privo di interessi, Il tema è ricco di idee originali
Denominazione
Determina con un nome proprio il nome generico che lo precede. Con quale nome?
La città di Bologna, Il mese di luglio, La regione Lazio
Limitazione
Indica l'ambito in cui ha valore quanto viene affermato. In quale ambito?
Luigi è bravo in matematica, ma è una frana in francese
Partitivo
Indica l'insieme all'interno del quale si trova l'elemento di cui si parla, è introdotto dalle preposizioni di, tra o fra. Di quale insieme?
qualcuno di voi ha chiamato? Due dei pazienti ricoverati sono morti, uno di noi sarà interrogato, alcuni dei nostri amici sono partiti
Argomento
Indica l'argomento di cui si parla o di cui si discute. Su quale argomento?
ho letto un saggio sul Rinascimento, loro discutono sempre di calcio, sto guardando un documentario sugli UFO
Materia
Indica la materia o la sostanza di cui è fatto un determinato oggetto. Di che cosa è fatto?
questa è una collana d'oro, useremo le posate d'argento
Vocativo
Indica l'elemento cui ci si rivolge.
Paolo, mi presti il tuo libro?
Origine o provenienza
Indica il luogo, la famiglia o la condizione sociale da cui proviene qualcosa o qualcuno. Da dove viene?
il Po nasce dal Monviso, Luigi discende da una nobile famiglia, la nostra lingua deriva dal latino
Allontanamento o separazione
Indica la persona, la cosa o il luogo da cui qualcuno si allontana o è allontanato. Separato, diverso da chi?

il mio libro è diverso dal tuo, mi sono separato dal gruppo, sei libero da impegni, Luigi è stato allontanato dall'aula
Paragone
Indica il secondo termine del confronto tra due elementi o tra due qualità appartenenti a uno stesso elemento.
queste pesche sono più mature di quelle, Luca è più basso di Matteo, la mia bici è rossa come la tua
Età
Indica l'età di qualcuno o precisa a quale età qualcuno ha compiuto una certa azione. Di/A quanti anni?
un uomo sui trent'anni ha un cucciolo di 3 mesi e si è sposato a 25 anni
Colpa
Indica il delitto o il reato di cui una persona è accusata o per cui è condannata. Di quale colpa?
sono il responsabile del ritardo e sono accusato di furto
Pena
Indica la pena che si infligge a qualcuno. A quale pena?
Sono stato punito con una multa, Luigi è stato condannato a morte
Distanza
Indica quanto qualcosa o qualcuno dista rispetto al punto di riferimento.
Luigi abita a 30 km, Lucca dista 50 km
Esclusione
Indica ciò che resta escluso dall'azione e risponde alla domanda senza chi? Senza che cosa?
prendo il caffè senza zucchero, Non leggo senza gli occhiali
Rapporto
Indica l'elemento con cui viene stabilito un rapporto (di opposizione o accordo).
Luigi ha litigato con Maria, Con quel tipo non voglio avere a che fare, Dobbiamo trovare un accordo con loro
Vantaggio o svantaggio
Indica l'elemento a vantaggio o svantaggio del quale viene compiuta l'azione.
Lo faccio per te, Luigi è a favore della tua proposta, hanno fatto una raccolta a favore di anziani e disabili
Stima e Prezzo
Indica quanto viene valutato un oggetto o una persona.
Questo telefono vale 300 euro, È una persona che non vale niente, Questo quadro è stato acquistato per 3000 euro
Peso o Misura
indica il peso o le misure spaziali di qualcuno o qualcosa
L'armadio pesa 20 chili, Ha un appartamento di cento metri quadrati
Estensione
indica quanto qualcosa si estende nello spazio (in altezza, profondità, lunghezza e larghezza).
Il fiume è profondo sui due metri,
Eccettuativo
Indica l'elemento che rappresenta un'eccezione rispetto a quanto si dice.
Mi piacciono tutte le materie tranne Fisica, Hanno partecipato tutti eccetto Luigi


Questa lista non è esaustiva ed è utile solo come promemoria.

15 luglio 2017

L'amicizia e la morte
secondo Jean-Baptiste Clamence

Clamence, racconta di un tale a cui avevano messo un amico in prigione e che, per non godere di una comodità che era stata tolta al suo amico, dormiva in terra. Si domanda se qualcuno lo farebbe per lui. Si domanda se ne sarebbe capace. E ne esce la seguente intuizione.
...l'amitié est distraite, ou du moins impuissante. Ce qu'elle veut, elle ne le peut pas. Peut-être, après tout, ne le veut-elle pas assez? Peut-être n'aimons nous pas assez la vie? Avez-vous remarqué que la mort seule réveille nos sentiments? Comme nous aimons les amis qui viennent de nous quitter, n'est-ce pas? Comme nous admirons ceux de nos maîtres qui ne parlent plus, la bouche pleine de terre! L'hommage vient alors tout naturellement, cet hommage que, peut-être, ils avaient attendu de nous toute leur vie. Mais savez-vous pourquoi nous sommes toujours plus justes et plus généreux avec les morts? La raison est simple ! Avec eux, il n'y a pas d'obligation. Ils nous laissent libres, nous pouvons prendre notre temps, caser l'hommage entre le cocktail et une gentille maîtresse, à temps perdu, en somme. S'ils nous obligeaient à quelque chose, ce serait à la mémoire, et nous avons la mémoire courte. Non, c'est le mort frais que nous aimons chez nos amis, le mort douloureux, notre émotion, nous-même enfin!
Albert Camus, da La chute  

14 luglio 2017

Metafora - retorica

Lo Zingarelli 2017 dà la seguente definizione:
figura retorica che consiste nel sostituire una parola o un'espressione con un'altra in base a un rapporto di palese o intuitiva analogia tra i rispettivi significati letterali
Il termine deriva dal greco μεταφορά (trasferimento).
La metafora è quindi una figura retorica che consiste nel trasferire ad un vocabolo il significato di un altro vocabolo, laddove esista un rapporto di somiglianza. Proprio per questo motivo la metafora è spesso descritta come una similitudine "abbreviata" o, meglio, come una sorta di similitudine implicita in cui sono omessi i termini di paragone.
In ogni caso la metafora permette di realizzare analogie con una particolare forza espressiva.
Un esempio dal canto I del Purgatorio:
Lo bel pianeto che d’amar conforta
faceva tutto rider l’orïente,
velando i Pesci ch’erano in sua scorta.
Qui rider vale, grosso modo, splendere, verbo che Dante conosce ed usa anche nella Commedia. È evidente che il rider offre qualcosa in più.
Ivor Armstrong Richards nel suo The Philosophy of Rhetoric (1936) usò il termine tenor per indicare l'idea-concetto espressa dalla metafora (primum comparandum), il termine vehicle per indicare la parte del discorso che la concretizza (secundum comparatum) e il termine ground  (tertium comparationis) per indicare l'elemento che tenore e veicolo hanno in comune. Questa unione di tenore e veicolo non rappresenterebbe una semplice sostituzione ma l'originale sintesi di entrambi i termini coinvolti che si sovrappongono andando a creare un'immagine dotata di sfumature inedite.
Alcuni distinguono tra metafora d'uso (ho una fame da lupi) e metafora d'invenzione (fu investito da una grandine di legnate che lo rese un agnellino).

Esempi:

  • Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
  • e il naufragar m'è dolce in questo mare
  • Anche un uomo tornava al suo nido
  • e prego anch’io nel tuo porto quiete


→ Cloze metafora teoria

Ossimoro - retorica

L'ossimòro (o ossìmoro) è una figura retorica che consiste nell'accostare termini antitetici (parole di senso opposto).
Il termine deriva dal greco ὀξύμωρον.
Vi si ricorre per creare un contrasto che possa risultare efficace sul piano stilistico e/o per tentare di esprimere concetti per i quali la lingua non ha vocaboli adeguati.

Un esempio da Notizie dall'Amiata di Montale
il vento che tarda, la morte, la morte che vive!
Un esempio da Il lampo di Pascoli
bianca bianca nel tacito tumulto
Un esempio da Lucida follia di Dj Gruff
viaggio nella mia, lucida follia!
Un ultimo esempio da La primavera hitleriana di Montale
la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue

11 luglio 2017

Michela Murgia - Accabadora

Maria si è appena trasferita a casa di Bonaria Urrai e... fatica ad ambientarsi
Tzia Bonaria le diede un letto solo suo e una camera
piena di santi, tutti cattivi. Lì Maria capì che il paradiso
non era un posto per bambini. Due notti stette zitta vegliando
con gli occhi tesi nel buio per cogliere lacrime di
sangue o scintille dalle aureole. La terza notte si fece vincere
dalla paura del sacro cuore col dito puntato, reso visibilmente
minaccioso dal peso di tre rosari sul petto zampillante.
Non resistette più, e gridò.
Tzia Bonaria aprì la porta dopo nemmeno un minuto,
trovando Maria in piedi accanto al muro che stringeva il
cuscino di lana irsuta eletto a cucciolo difensore. Poi
guardò la statua sanguinante, più vicina al letto di quanto
fosse sembrata mai. Prese sottobraccio la statua e la portò
via senza una parola; il giorno dopo sparirono dalla credenza
anche l’acquasantiera con santa Rita disegnata dentro
e l’agnello mistico di gesso, riccio come un cane randagio,
feroce come un leone. Maria ricominciò a dire l’Ave
solo dopo un po’, ma a bassa voce, perché la Madonna non
sentisse e la prendesse sul serio nell’ora della nostra morte
amen.

Anafora - retorica

L'anàfora (dal greco ἀναφορά che significa ripetizione) è una figura retorica che consiste nel ripetere la stessa parola o la stessa espressione all'inizio di frasi o di versi consecutivi

Un esempio assai noto è rappresentato da Inferno III, 1-3
Per me si va ne la città dolente,
per me si va nell’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente
Un altro esempio famoso è in Inferno V, 100-107
Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi vita ci spense. 
Un ultimo esempio è nel celebre sonetto di Cecco Angiolieri:
S'i' fosse foco, arderei 'l mondo;
s'i' fosse vento, lo tempesterei;
s'i' fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i' fosse Dio, mandereil'en profondo;
Si tratta di una figura basata sul meccanismo della ripetizione e ha lo scopo di evidenziare un particolare concetto o una particolare espressione. Compare spesso anche nel linguaggio comune, nelle preghiere, nelle filastrocche o nei ritornelli delle canzoni pop.

Un esempio da Quello che non ho di Fabrizio De André:
Quello che non ho è una camicia biancaquello che non ho è un segreto in bancaquello che non ho sono le tue pistoleper conquistarmi il cielo, per guadagnarmi il sole


→ Esercizio interattivo su anafora (cloze)


Computo sillabico
come contare le sillabe di un verso

Computo significa conto.

Il computo sillabico è quindi il conto delle sillabe di un verso.

Questo computo avviene per lo più utilizzando le normali regole della divisione in sillabe che tutti abbiamo imparato fin dalle e-le-men-ta-ri.
È però necessario tenere conto di alcuni particolari fenomeni metrici.

Innanzitutto la sinalefe.

La sinalefe si ha quando la vocale finale di una parola e la vocale iniziale della parola seguente si fondono in un'unica sillaba. Quindi la sillaba finale di una parola che termina con una vocale e la sillaba iniziale della parola seguente, ammesso che inizi con vocale, si contano come se fossero una sola sillaba.

Tan-to - o-ne-sta
diventa
Tan-t(o)o-ne-sta

L'altro fenomeno, analogo, è quello della sineresi: vocali contigue all'interno di una parola vengono considerate come facenti parte di un'unica sillaba.

All'opposto di questi due fenomeni ci sono la dialefe e la dieresi. La dialefe è la pronuncia in due sillabe distinte di vocali contigue appartenenti a due parole successive. La dieresi è la pronuncia in due sillabe distinte di vocali contigue appartenenti alla stessa parola.

Possiamo fare un esempio considerando il primo verso di Tanto gentile, il sonetto di Dante Alighieri.
Se le sillabe del primo verso venissero contate senza tener conto della sinalefe avremmo un totale di 13 sillabe:

Tan-to - gen-ti-le - e - tan-to - o-ne-sta - pa-re

Sarebbe anomalo in un sonetto. In realtà si tratta di un verso endecasillabo, un verso di undici sillabe, come possiamo notare tenendo conto della sinalefe.

Tan-to - gen-ti-l(e)e - tan-t(o)o-ne-sta - pà-re

Noteremo anche che l'ultimo accento tonico cade sulla decima sillaba e che siamo di fronte ad un verso piano.

10 luglio 2017

I versi e gli accenti

In base alla posizione dell'ultimo accento ritmico possiamo distinguere i versi in tre tipi:
  • versi piani 
  • versi tronchi
  • versi sdruccioli
Si dice piano il verso che termina con una parola piana, cioè accentata sulla penultima sillaba
Nel mezzo del cammin di nostra vìta (Dante Alighieri, Inferno I, 1)

Si dice tronco il verso che termina con una parola tronca, cioè accentata sull'ultima sillaba
Accanto a lui posò (Alessandro Manzoni, Il cinque maggio, 108)

Si dice invece sdrucciolo il verso che termina con una parola sdrucciola, ovvero accentata sulla terzultima sillaba
Ei fu. Siccome immòbile (Alessandro Manzoni, Il cinque maggio, 1)

La posizione dell'ultimo accento tonico è l'elemento più importante per la definizione del tipo di verso (l'endecasillabo, ad esempio, è il verso in cui l'ultimo accento tonico cade sulla decima sillaba; il settenario quello in cui l'ultimo accento tonico cade sulla sesta sillaba).

I versi tipici della metrica italiana sono:
  • Settenario - ultimo accento tonico sulla sesta sillaba (composto di sette sillabe nella forma piana, di sei sillabe nella forma tronca e di otto sillabe nella forma sdrucciola)
    es.: L’un-con-tro-l’al-tr(o)ar-mà-to
  • Ottonario - ultimo accento tonico sulla settima sillaba (composto di otte sillabe nella forma piana)
    es.: Quan-t’è-bel-la-gio-vi-nèz-za
  • Novenario - ultimo accento tonico sulla ottava sillaba (composto di nove sillabe nella forma piana)
    es.: Do-v'e-ra-la-lu-na?-ch(é)il-ciè-lo
  • Decasillabo - ultimo accento tonico sulla nona sillaba (composto di dieci sillabe nella forma piana)
    es.: San-Lo-ren-z(o,)io-lo-so-per-ché-tàn-to
  • Endecasillabo - ultimo accento tonico sulla decima sillaba (composto di undici sillabe nella forma piana, di dieci sillabe nella forma tronca e di dodici sillabe nella forma sdrucciola)
    es.:  Tan-to -gen-ti-le e- tan-to o-ne-sta -pà-re

Vedi anche La rima

28 giugno 2017

Crabas e la religione

Michela Murgia descrive il pantheon del paese di Crabas (dal romanzo L'incontro).

Il paese viveva di un respiro comune ritmato dal suono delle campane: la chiesa parrocchiale di Santa Maria era il suo polmone, ma più per questioni di organizzazione cittadina che per aneliti di fede. Il primo regolatore della vita civile erano infatti i santi di categoria, celesti protettori sindacali di questo o quel gruppo di lavoratori, le cui celebrazioni erano anche un’occasione per fare il bilancio dell’anno produttivo trascorso.
I pescatori avevano come patrono Santu Pedru, il pescatore di uomini, e i suoi festeggiamenti erano costituiti da una processione, una messa in pompa magna con predicatore a pagamento venuto da fuori, e soprattutto quintali di muggini arrosto cucinati in piazza durante i balli. L’odore del pesce arrostito si sentiva dai paesi vicini e Maurizio lo associava per istinto alle occasioni speciali di Crabas, che per i suoi muggini era famosa fino a Cagliari.
I contadini, che erano appena meno numerosi dei pescatori, erano protetti autorevolmente da Santu Sidoru, un nume spagnolo che pare avesse fatto il contadino e che chiudeva con la sua festa il lavoro della trebbiatura del grano a fine luglio.
I muratori – che erano pochi ma si festeggiavano come se fossero gli unici a lavorare a Crabas – veneravano Santa Lughìa, non tanto perché in vita sua la santa avesse mai fatto il muratore, ma in quanto protettrice degli occhi, senza i quali nessun muro sarebbe mai venuto a piombo.
Oltre al pantheon delle categorie professionali c’erano poi i santi davvero potenti, quelli efficaci per tutti e in tutte le occasioni, confidenzialmente denominati il Santo e la Santa. La Santa era Maria Assunta in cielo in anima e corpo, patrona del paese. Il Santo era Sarbadori, il Salvatore, ovvero Gesù Cristo stesso, onorato con una processione maschile lunga nove chilometri fatta correndo a piedi nudi dal centro di Crabas fino alla chiesa campestre in mezzo agli sterrati del Sinis.
Nei paesi del circondario si guardava con invidia manifesta al fatto che Crabas
avesse così tanti soldi da poter celebrare un santo quasi ogni due mesi, e i crabrarissi dal canto loro amavano ribadire la propria supremazia bombardando il cielo notturno con fuochi artificiali a ogni festa più spettacolari e visibili.
(pp. 12-13) 

Nel passo che segue spiega l'Incontro.

L’Incontro era un avvenimento atipico anche per le complesse abitudini religiose sarde: a differenza delle normali processioni dei santi non c’era solo una statua a girare per il paese con la folla al seguito come orante serpentone, ma due simulacri e due cortei distinti: uno trasportava la statua di Gesú appena risorto che andava simbolicamente in cerca di sua madre, l’altro recava la statua di Maria Santissima in gramaglie che andava incontro al figlio.
(pp. 70-71)

Michela Murgia, L'incontro, Einaudi, 2012

2 giugno 2017

Indicazioni per il ripasso estivo


Comunicazione per gli alunni delle classi I B, II C e II D:
nella pagina della vostra classe potrete trovare alcune indicazioni per il ripasso estivo.

Senta Scusi Prof: Le leggi della stupidità umana

Senta Scusi Prof: Le leggi della stupidità umana: Carlo Maria Cipolla è stato un professore di Storia economica. Ha scritto varie opere dedicate alla storia economica e ha insegnato in varie...

1 giugno 2017

L'arguta risposta di Chichibio



 Il gruppo capitanato da Laura, utilizzando il computer in dotazione alla classe, ha rielaborato in modo originale la novella di Chichibio realizzando una breve animazione. Per farlo hanno utilizzato Powtoons.

A seguire il testo originale della novella

Giovanni Boccaccio - Decameron
Sesta giornata
Novella Quarta

Chichibio, cuoco di Currado Gianfigliazzi, con una presta parola a sua salute l’ira di Currado volge in riso, e sé campa dalla mala ventura minacciatagli da Currado.

Tacevasi già la Lauretta, e da tutti era stata sommamente commendata la Nonna, quando la reina a Neifile impose che seguitasse; la qual disse.

Quantunque il pronto ingegno, amorose donne, spesso parole presti e utili e belle, secondo gli accidenti, à dicitori, la fortuna ancora, alcuna volta aiutatrice de’ paurosi, sopra la lor lingua subitamente di quelle pone, che mai ad animo riposato per lo dicitor si sarebber sapute trovare; il che io per la mia novella intendo di dimostrarvi.

Currado Gianfiglia sì come ciascuna di voi e udito e veduto puote avere, sempre della nostra città è stato nobile cittadino, liberale e magnifico, e vita cavalleresca tenendo, continuamente in cani e in uccelli s’è dilettato, le sue opere maggiori al presente lasciando stare. Il quale con un suo falcone avendo un dì presso a Peretola una gru ammazata, trovandola grassa e giovane, quella mandò ad un suo buon cuoco, il quale era chiamato Chichibio, ed era viniziano, e sì gli mandò dicendo che a cena l’arrostisse e governassela bene.

Chichibio, il quale come nuovo bergolo era così pareva, acconcia la gru, la mise a fuoco e con sollicitudine a cuocerla cominciò. La quale essendo già presso che cotta grandissimo odor venendone, avvenne che una feminetta della contrada, la qual Brunetta era chiamata e di cui Chichibio era forte innamorato, entrò nella cucina; e sentendo l’odor della gru e veggendola, pregò caramente Chichibio che ne le desse una coscia.

Chichibio le rispose cantando e disse:

- "Voi non l’avrì da mi, donna Brunetta, voi non l’avrì da mi".

Di che donna Brunetta essendo un poco turbata, gli disse:

- In fè di Dio, se tu non la mi dai, tu non avrai mai da me cosa che ti piaccia; - e in brieve le parole furon molte. Alla fine Chichibio, per non crucciar la sua donna, spiccata l’una delle cosce alla gru, gliele diede.

Essendo poi davanti a Currado e ad alcun suo forestiere messa la gru senza coscia, e Currado maravigliandosene, fece chiamare Chichibio e domandollo che fosse divenuta l’altra coscia della gru. Al quale il vinizian bugiardo subitamente rispose:

- Signor mio, le gru non hanno se non una coscia e una gamba.

Currado allora turbato disse:

- Come diavol non hanno che una coscia e una gamba? Non vid’io mai più gru che questa?

Chichibio seguitò:

- Egli è, messer, com’io vi dico; e quando vi piaccia, io il vi farò veder né vivi.

Currado, per amor dei forestieri che seco aveva, non volle dietro alle parole andare, ma disse:

- Poi che tu dì di farmelo vedere né vivi, cosa che io mai più non vidi né udii dir che fosse, e io il voglio veder domattina e sarò contento; ma io ti giuro in sul corpo di Cristo, che, se altramenti sarà, che io ti farò conciare in maniera che tu con tuo danno ti ricorderai, sempre che tu ci viverai, del nome mio.

Finite adunque per quella sera le parole, la mattina seguente come il giorno apparve, Currado, a cui non era per lo dormire l’ira cessata, tutto ancor gonfiato si levò e comandò che i cavalli gli fosser menati; e fatto montar Chichibio sopra un ronzino, verso una fiumana, alla riva della quale sempre soleva in sul far del dì vedersi delle gru, nel menò dicendo:

- Tosto vedremo chi avrà iersera mentito, o tu o io.

Chichibio, veggendo che ancora durava l’ira di Currado e che far gli convenia pruova della sua bugia, non sappiendo come poterlasi fare, cavalcava appresso a Currado con la maggior paura del mondo, e volentieri, se potuto avesse, si sarebbe fuggito; ma non potendo, ora innanzi e ora addietro e da lato si riguardava, e ciò che vedeva credeva che gru fossero che stessero in due piedi.

Ma già vicini al fiume pervenuti, gli venner prima che ad alcun vedute sopra la riva di quello ben dodici gru, le quali tutte in un piè dimoravano, si come quando dormono soglion fare. Per che egli prestamente mostratele a Currado, disse:

- Assai bene potete, messer, vedere che iersera vi dissi il vero, che le gru non hanno se non una coscia e un piè, se voi riguardate a quelle che colà stanno.

Currado vedendole disse:

- Aspettati, che io ti mosterrò che elle n’hanno due; - e fattosi alquanto più a quelle vicino gridò: - Ho ho; - per lo qual grido le gru, mandato l’altro piè giù, tutte dopo alquanti passi cominciarono a fuggire. Laonde Currado rivolto a Chichibio disse:

- Che ti par, ghiottone? Parti ch’elle n’abbian due?

Chichibio quasi sbigottito, non sappiendo egli stesso donde si venisse, rispose:

- Messer sì, ma voi non gridaste - ho ho - a quella di iersera; ché se così gridato aveste, ella avrebbe così l’altra coscia e l’altro piè fuor mandata, come hanno fatto queste.

A Currado piacque tanto questa risposta, che tutta la sua ira si convertì in festa e riso, e disse:

- Chichibio, tu hai ragione, ben lo dovea fare.

Così adunque con la sua pronta e sollazzevol risposta Chichibio cessò la mala ventura e paceficossi col suo signore.

31 maggio 2017

24 maggio 2017

Pretese inglesi sul trono di Francia

All'origine della Guerra dei cent'anni (1337-1453) ci sono anche le pretese dinastiche del re inglese Edoardo III d'Inghilterra. Il re inglese era infatti figlio di Isabella di Francia che a sua volta era figlia di Filippo IV il Bello (il re francese famoso per la contesa con il papa Bonifacio VIII) e sorella dell'ultimo re capetingio Carlo IV che regnò tra il 1322 e il 1328.
Alla morte di Carlo IV la corona francese passò a Filippo VI di Valois che era figlio di Carlo di Valois, conte di Valois e fratello di Filippo il Bello. Filippo VI riuscì a diventare re perché fu appoggiato dai baroni di Francia. Questi ultimi lo appoggiarono non tanto perché fossero convinti del suo diritto al trono, ma perché consideravano Edoardo uno straniero.

Il tutto può essere schematizzato in questo modo.


Tra le altre cause della Guerra dei cent'anni gli storici individuano anche:

  • la confisca da parte di Filippo VI dei feudi della Francia settentrionale che erano proprietà dei sovrani inglesi dai tempi di Guglielmo I d'Inghilterra (Guglielmo il conquistatore);
  • la volontà da parte di Edoardo III di conservare il possesso sul feudo di Aquitania che era giunto nelle mani dei re inglesi grazie al matrimonio tra Enrico II d'Inghilterra ed Eleonora d'Aquitania.

23 maggio 2017

Avverbio - mappa riassuntiva

L'avverbio è una parte invariabile del discorso che serve a modificare il significato delle parole (verbi, aggettivi, altri avverbi o intere proposizioni) a cui si affianca.

Luigi ha fatto bene a rifiutare l'incarico
I panini di Luigi sono molto buoni

La mappa che segue riassume la classificazione delle grammatiche scolastiche.



Avverbi di modo
  • Luigi cammina velocemente
  • Luigi lo ha trattato male
  • Mangio volentieri i panini di Luigi
  • attento! C'è Luigi che avanza carponi per farti uno scherzo


Avverbi di tempo
  • Luigi se ne accorse dopo
  • Luigi è partito ieri per la Svizzera
  • Luigi non l'ha mai fatto

Avverbi di luogo
  • c'è Luigi con suo fratello, 
  • Luigi ha parcheggiato laggiù
  • Luigi verrà qui, aspettiamolo

Avverbi di quantità
  • Ho sentito parlare molto di Luigi
  • Luigi è parecchio grasso
  • Luigi è assai dimagrito

Avverbi di valutazione
  • Luigi è davvero magro
  • Luigi è proprio sovrappeso
  • Quello non è Luigi
  • Probabilmente Luigi verrà con suo fratello

Avverbi interrogativi ed esclamativi
  • Luigi, dove vai?
  • Perché Luigi mi odia?

Avverbi presentativi
  • Ecco Luigi che arriva con suo fratello


Locuzioni avverbiali
  • Luigi è scomparso in un batter d'occhio (tempo)
  • Luigi l'ha fatto alla buona (modo)
  • Luigi è di sopra (luogo)
  • Di sicuro Luigi è dimagrito (valutazione)

16 maggio 2017

Un cruciverba sulla nascita del Comune

Il Comune di Siena rappresentato come
un sovrano sul trono,
nell'Allegoria del Buon Governo 
di Ambrogio Lorenzetti
Un cruciverba sulla nascita del Comune e sulle cosiddetta rinascita economica del basso medioevo (etichettata anche con l'espressione rinascita dell'anno mille).

Il cruciverba è stato realizzato con Eclipse Crossword, uno dei migliori tool per la
realizzazione di schemi di parole crociate.

Una volta risolto il cruciverba, occorre fare clic sul pulsante Check Puzzle per verificare se sono stati commessi errori.

Per restare in tema e continuare con un altro quiz storico ecco

3 maggio 2017

Boccaccio - Frate cipolla

Giovanni Boccaccio
Decameron, VI, 10

Frate Cipolla promette a certi contadini di mostrar loro la penna dell'agnolo Gabriello; in luogo della quale trovando carboni, quegli dice esser di quegli che arrostirono san Lorenzo.

      Essendo ciascuno della brigata della sua novella riuscito, conobbe Dioneo che a lui toccava il dover dire; per la qual cosa, senza troppo solenne comandamento aspettare, imposto silenzio a quegli che il sentito motto di Guido lodavano, incominciò:
      Vezzose donne, quantunque io abbia per privilegio di poter di quel che più mi piace parlare, oggi io non intendo di volere da quella materia separarmi della qual voi tutte avete assai acconciamente parlato; ma, seguitando le vostre pedate, intendo di mostrarvi quanto cautamente con subito riparo uno de'frati di santo Antonio fuggisse uno scorno che da due giovani apparecchiato gli era. Né vi dovrà esser grave perché io, per ben dir la novella compiuta, alquanto in parlar mi distenda, se al sol guarderete il qual è ancora a mezzo il cielo.
      Certaldo, come voi forse avete potuto udire, è un castel di Val d'Elsa posto nel nostro contado, il quale, quantunque piccol sia, già di nobili uomini e d'agiati fu abitato; nel quale, per ciò che buona pastura vi trovava, usò un lungo tempo d'andare ogni anno una volta a ricoglier le limosine fatte loro dagli sciocchi un de'frati di santo Antonio, il cui nome era frate Cipolla, forse non meno per lo nome che per altra divozione vedutovi volontieri, con ciò sia cosa che quel terreno produca cipolle famose per tutta Toscana. Era questo frate Cipolla di persona piccolo, di pelo rosso e lieto nel viso e il miglior brigante del mondo: e oltre a questo, niuna scienzia avendo, sì ottimo parlatore e pronto era, che chi conosciuto non l'avesse, non solamente un gran rettorico l'avrebbe stimato, ma avrebbe detto esser Tulio medesimo o forse Quintiliano: e quasi di tutti quegli della contrada era compare o amico o benivogliente.
      Il quale, secondo la sua usanza, del mese d'agosto tra l'altre v'andò una volta, e una domenica mattina, essendo tutti i buoni uomini e le femine delle ville da torno venuti alla messa nella calonica, quando tempo gli parve, fattosi innanzi disse: - Signori e donne, come voi sapete, vostra usanza è di mandare ogni anno à poveri del baron messer santo Antonio del vostro grano e delle vostre biade, chi poco e chi assai, secondo il podere e la divozion sua, acciò ché il beato santo Antonio vi sia guardia de'buoi e degli asini e de'porci e delle pecore vostre; e oltre a ciò solete pagare, e spezialmente quegli che alla nostra compagnia scritti sono, quel poco debito che ogni anno si paga una volta. Alle quali cose ricogliere io sono dal mio maggiore, cioè da messer l'abate, stato mandato, e per ciò, con la benedizion di Dio, dopo nona, quando udirete sonare le campanelle, verrete qui di fuori della chiesa là dove io al modo usato vi farò la predicazione, e bacerete la croce; e oltre a ciò, per ciò che divotissimi tutti vi conosco del barone messer santo Antonio, di spezial grazia vi mostrerò una santissima e bella reliquia, la quale io medesimo già recai dalle sante terre d'oltremare: e questa è una delle penne dell'agnol Gabriello, la quale nella camera della Vergine Maria rimase quando egli la venne ad annunziare in Nazaret. - E questo detto, si tacque e ritornossi alla messa.
      Erano, quando frate Cipolla queste cose diceva, tra gli altri molti nella chiesa due giovani astuti molto, chiamato l'uno Giovanni del Bragoniera e l'altro Biagio Pizzini li quali, poi che alquanto tra sé ebbero riso della reliquia di frate Cipolla, ancora che molto fossero suoi amici e di sua brigata, seco proposero di fargli di questa penna alcuna beffa. E avendo saputo che frate Cipolla la mattina desinava nel castello con un suo amico, come a tavola il sentirono così se ne scesero alla strada e all'albergo dove il frate era smontato se n'andarono con questo proponimento: che Biagio dovesse tenere a parole il fante di frate Cipolla e Giovanni dovesse tralle cose del frate cercare di questa penna, chente che ella si fosse, e torgliele, per vedere come egli di questo fatto poi dovesse al popol dire.
      Aveva frate Cipolla un suo fante, il quale alcuni chiamavano Guccio Balena e altri Guccio Imbratta, e chi gli diceva Guccio Porco: il quale era tanto cattivo, che egli non è vero che mai Lippo Topo ne facesse alcun cotanto. Di cui spesse volte frate Cipolla era usato di motteggiare con la sua brigata e di dire: - Il fante mio ha in sé nove cose tali che, se qualunque è l'una di quelle fosse in Salamone o in Aristotile o in Seneca, avrebbe forza di guastare ogni lor vertù, ogni lor senno, ogni lor santità. Pensate adunque che uom dee essere egli, nel quale né vertù né senno né santità alcuna è, avendone nove. -
      Ed, essendo alcuna volta domandato quali fossero queste nove cose, ed egli, avendole in rima messe, rispondeva: - Dirolvi: egli è tardo, sugliardo e bugiardo; negligente, disubidente e maldicente; trascutato, smemorato e scostumato; senza che egli ha alcune altre taccherelle con queste, che si taccion per lo migliore. E quel che sommamente è da rider de'fatti suoi è che egli in ogni luogo vuol pigliar moglie e tor casa a pigione; e avendo la barba grande e nera e unta, gli par sì forte esser bello e piacevole, che egli s'avisa che quante femine il veggano tutte di lui s'innamorino, ed essendo lasciato, a tutte andrebbe dietro perdendo la coreggia. E' il vero che egli m'è d'un grande aiuto, per ciò che mai niun non mi vuol sì segreto parlare, che egli non voglia la sua parte udire; e se avviene che io d'alcuna cosa sia domandato, ha sì gran paura che io non sappia rispondere, che prestamente risponde egli e sì e no, come giudica si convenga. -
      A costui, lasciandolo all'albergo, aveva frate Cipolla comandato che ben guardasse che alcuna persona non toccasse le cose sue, e spezialmente le sue bisacce, per ciò che in quelle erano le cose sacre. Ma Guccio Imbratta, il quale era più vago di stare in cucina che sopra i verdi rami l'usignolo, e massimamente se fante vi sentiva niuna, avendone in quella dell'oste una veduta, grassa e grossa e piccola e mal fatta, con un paio di poppe che parean due ceston da letame e con un viso che parea de'Baronci, tutta sudata, unta e affumicata, non altramenti che si gitti l'avoltoio alla carogna, lasciata la camera di frate Cipolla aperta e tutte le sue cose in abbandono, là si calò. E ancora che d'agosto fosse, postosi presso al fuoco a sedere, cominciò con costei, che Nuta aveva nome, a entrare in parole e dirle che egli era gentile uomo per procuratore e che egli aveva de'fiorini più di millantanove, senza quegli che egli aveva a dare altrui, che erano anzi più che meno, e che egli sapeva tante cose fare e dire, che domine pure unquanche. E senza riguardare a un suo cappuccio sopra il quale era tanto untume, che avrebbe condito il calderon d'Altopascio, e a un suo farsetto rotto e ripezzato e intorno al collo e sotto le ditella smaltato di sucidume, con più macchie e di più colori che mai drappi fossero tartereschi o indiani, e alle sue scarpette tutte rotte e alle calze sdrucite, le disse, quasi stato fosse il siri di Ciastiglione, che rivestir la voleva e rimetterla in arnese, e trarla di quella cattività di star con altrui e senza gran possession d'avere ridurla in isperanza di miglior fortuna e altre cose assai; le quali quantunque molto affettuosamente le dicesse, tutte in vento convertite, come le più delle sue imprese facevano, tornarono in niente.
      Trovarono adunque i due giovani Guccio Porco intorno alla Nuta occupato; della qual cosa contenti, per ciò che mezza la lor fatica era cessata, non contradicendolo alcuno nella camera di frate Cipolla, la quale aperta trovarono, entrati, la prima cosa che venne lor presa per cercare fu la bisaccia nella quale era la penna; la quale aperta, trovarono in un gran viluppo di zendado fasciata una piccola cassettina; la quale aperta, trovarono in essa una penna di quelle della coda d'un pappagallo, la quale avvisarono dovere esser quella che egli promessa avea di mostrare a' certaldesi. E certo egli il poteva a quei tempi leggiermente far credere, per ciò che ancora non erano le morbidezze d'Egitto, se non in piccola quantità, trapassate in Toscana, come poi in grandissima copia con disfacimento di tutta Italia son trapassate: e dove che elle poco conosciute fossero, in quella contrada quasi in niente erano da gli abitanti sapute; anzi, durandovi ancora la rozza onestà degli antichi, non che veduti avessero pappagalli ma di gran lunga la maggior parte mai uditi non gli avean ricordare. Contenti adunque i giovani d'aver la penna trovata, quella tolsero e, per non lasciare la cassetta vota, vedendo carboni in un canto della camera, di quegli la cassetta empierono; e richiusala e ogni cosa racconcia come trovata avevano, senza essere stati veduti, lieti se ne vennero con la penna e cominciarono a aspettare quello che frate Cipolla, in luogo della penna trovando carboni, dovesse dire.
      Gli uomini e le femine semplici che nella chiesa erano, udendo che veder dovevano la penna dell'agnol Gabriello dopo nona, detta la messa, si tornarono a casa; e dettolo l'un vicino all'altro e l'una comare all'altra, come desinato ebbero ogni uomo, tanti uomini e tante femine concorsono nel castello, che appena vi capeano, con desiderio aspettando di veder questa penna. Frate Cipolla, avendo ben desinato e poi alquanto dormito, un poco dopo nona levatosi e sentendo la moltitudine grande esser venuta di contadini per dovere la penna vedere, mandò a Guccio Imbratta che lassù con le campanelle venisse e recasse le sua bisacce. Il quale, poi che con fatica dalla cucina e dalla Nuta si fu divelto, con le cose addimandate con fatica lassù n'andò: dove ansando giunto, per ciò che il ber dell'acqua gli avea molto fatto crescere il corpo, per comandamento di frate Cipolla andatone in su la porta della chiesa, forte incominciò le campanelle a sonare.
      Dove, poi che tutto il popolo fu ragunato, frate Cipolla, senza essersi avveduto che niuna sua cosa fosse stata mossa, cominciò la sua predica, e in acconcio de' fatti suoi disse molte parole; e dovendo venire al mostrar della penna dell'agnolo Gabriello, fatta prima con grande solennità la confessione, fece accender due torchi, e soavemente sviluppando il zendado, avendosi prima tratto il cappuccio, fuori la cassetta ne trasse. E dette primieramente alcune parolette a laude e a commendazione dell'agnolo Gabriello e della sua reliquia, la cassetta aperse. La quale come piena di carboni vide, non sospicò che ciò che Guccio Balena gli avesse fatto, per ciò che nol conosceva da tanto, né il maladisse del male aver guardato che altri ciò non facesse, ma bestemmiò tacitamente sé, che a lui la guardia delle sue cose aveva commessa, conoscendol, come faceva, negligente, disubbidente, trascutato e smemorato.
      Ma non per tanto, senza mutar colore, alzato il viso e le mani al cielo, disse sì che da tutti fu udito: - O Iddio, lodata sia sempre la tua potenzia! - Poi richiusa la cassetta e al popolo rivolto disse: - Signori e donne, voi dovete sapere che, essendo io ancora molto giovane, io fui mandato dal mio superiore in quelle parti dove apparisce il sole, e fummi commesso con espresso comandamento che io cercassi tanto che io trovassi i privilegi del Porcellana, li quali, ancora che a bollar niente costassero, molto più utili sono a altrui che a noi. Per la qual cosa messom'io cammino, di Vinegia partendomi e andandomene per lo Borgo de'Greci e di quindi per lo reame del Garbo cavalcando e per Baldacca, pervenni in Parione, donde, non senza sete, dopo alquanto per venni in Sardigna. Ma perché vi vo io tutti i paesi cerchi da me divisando? Io capitai, passato il braccio di San Giorgio, in Truffia e in Buffia, paesi molto abitati e con gran popoli; e di quindi pervenni in terra di Menzogna, dove molti de'nostri frati e d'altre religioni trovai assai, li quali tutti il disagio andavan per l'amor di Dio schifando, poco dell'altrui fatiche curandosi, dove la loro utilità vedessero seguitare, nulla altra moneta spendendo che senza conio per quei paesi: e quindi passai in terra d'Abruzzi, dove gli uomini e le femine vanno in zoccoli su pe'monti, rivestendo i porci delle lor busecchie medesime; e poco più là trovai gente che portano il pan nelle mazze e 'l vin nelle sacca: da' quali alle montagne de' bachi pervenni, dove tutte le acque corrono alla 'ngiù. E in brieve tanto andai adentro, che io pervenni mei infino in India Pastinaca, là dove io vi giuro, per l'abito che io porto addosso che io vidi volare i pennati, cosa incredibile a chi non gli avesse veduti; ma di ciò non mi lasci mentire Maso del Saggio, il quale gran mercante io trovai là, che schiacciava noci e vendeva gusci a ritaglio. Ma non potendo quello che io andava cercando trovare, perciò che da indi in là si va per acqua, indietro tornandomene, arrivai in quelle sante terre dove l'anno di state vi vale il pan freddo quattro denari, e il caldo v'è per niente. E quivi trovai il venerabile padre messer Nonmiblasmete Sevoipiace, degnissimo patriarca di Jerusalem. Il quale, per reverenzia dell'abito che io ho sempre portato del baron messer santo Antonio, volle che io vedessi tutte le sante reliquie le quali egli appresso di sé aveva; e furon tante che, se io ve le volessi tutte contare, io non ne verrei a capo in parecchie miglia, ma pure, per non lasciarvi sconsolate, ve ne dirò alquante. Egli primieramente mi mostrò il dito dello Spirito Santo così intero e saldo come fu mai, e il ciuffetto del serafino che apparve a san Francesco, e una dell'unghie de' Gherubini, e una delle coste del Verbum caro fatti alle finestre, e de' vestimenti della Santa Fé catolica, e alquanti de' raggi della stella che apparve a' tre Magi in oriente, e una ampolla del sudore di san Michele quando combatté col diavole, e la mascella della Morte di san Lazzaro e altre. E per ciò che io liberamente gli feci copia delle piagge di Monte Morello in volgare e d'alquanti capitoli del Caprezio, li quali egli lungamente era andati cercando, mi fece egli partefice delle sue sante reliquie, e donommi uno de' denti della santa Croce, e in una ampolletta alquanto del suono delle campane del tempio di Salomone e la penna dell'agnol Gabriello, della quale già detto v'ho, e l'un de' zoccoli di san Gherardo da Villamagna (il quale io, non ha molto, a Firenze donai a Gherardo di Bonsi, il quale in lui ha grandissima divozione) e diedemi de' carboni, co' quali fu il beatissimo martire san Lorenzo arrostito; le quali cose io tutte di qua con meco divotamente le recai, e holle tutte. E' il vero che il mio maggiore non ha mai sofferto che io l'abbia mostrate infino a tanto che certificato non s'è se desse sono o no; ma ora che per certi miracoli fatti da esse e per lettere ricevute dal Patriarca fatto n'è certo m'ha conceduta licenzia che io le mostri; ma io, temendo di fidarle altrui, sempre le porto meco. Vera cosa è che io porto la penna dell'agnol Gabriello, acciò che non si guasti, in una cassetta e i carboni co'quali fu arrostito san Lorenzo in un'altra; le quali son sì simiglianti l'una all'altra, che spesse volte mi vien presa l'una per l'altra, e al presente m'è avvenuto; per ciò che, credendomi io qui avere arrecata la cassetta dove era la penna, io ho arrecata quella dove sono i carboni. Il quale io non reputo che stato sia errore, anzi mi pare esser certo che volontà sia stata di Dio e che Egli stesso la cassetta de' carboni ponesse nelle mie mani, ricordandom'io pur testé che la festa di san Lorenzo sia di qui a due dì. E per ciò, volendo Iddio che io, col mostrarvi i carboni co'quali esso fu arrostito, raccenda nelle vostre anime la divozione che in lui aver dovete, non la penna che io voleva, ma i benedetti carboni spenti dall'omor di quel santissimo corpo mi fe'pigliare. E per ciò, figliuoli benedetti, trarretevi i cappucci e qua divotamente v'appresserete a vedergli. Ma prima voglio che voi sappiate che chiunque da questi carboni in segno di croce è tocco, tutto quello anno può viver sicuro che fuoco nol cocerà che non si senta. -
      E poi che così detto ebbe, cantando una laude di san Lorenzo, aperse la cassetta e mostrò i carboni; li quali poi che alquanto la stolta moltitudine ebbe con ammirazione reverentemente guardati, con grandissima calca tutti s'appressarono a frate Cipolla e, migliori offerte dando che usati non erano, che con essi gli dovesse toccare il pregava ciascuno.
      Per la qual cosa frate Cipolla, recatisi questi carboni in mano, sopra li lor camisciotti bianchi e sopra i farsetti e sopra li veli delle donne cominciò a fare le maggior croci che vi capevano, affermando che tanto quanto essi scemavano a far quelle croci, poi ricrescevano nella cassetta, sì come egli molte volte aveva provato. E in cotal guisa, non senza sua grandissima utilità avendo tutti crociati i certaldesi, per presto accorgimento fece coloro rimanere scherniti, che lui, togliendogli la penna, avevan creduto schernire. Li quali stati alla sua predica e avendo udito il nuovo riparo preso da lui e quanto da lungi fatto si fosse e con che parole, avevan tanto riso che eran creduti smascellare. E poi che partito si fu il vulgo, a lui andatisene, con la maggior festa del mondo ciò che fatto avevan gli discoprirono, e appresso gli renderono la sua penna; la quale l'anno seguente gli valse non meno che quel giorno gli fosser valuti i carboni.